Con grande sgomento dei fan più sfegatati e lieve disappunto dei videogiocatori “occasionali”, Homecoming è il secondo Silent Hill ad essere sviluppato da una software house occidentale. Benché gli ultimi risultati nipponici non fossero poi così eclatanti, questo passaggio di testimone pare più lo scambio d’una patata bollente che la semplice investitura di un altro team. E’ come se Konami volesse lavarsene le mani, spremendo per bene il marchio Silent Hill, ma usando lo studio KCET per altri progetti. Se poi i risultati non fossero buoni, potrebbero sempre dire “Ehi, ragazzi: in fondo non siamo stati mica noi”. Piuttosto meschino come trattamento, per uno dei marchi più importanti nella storia dei videogiochi. Ma il mercato è impietoso e Konami non è certo un ente benefico.
C’è da dire, a difesa dei Double Helix, che i programmatori ce l’ha messa tutta per sviluppare un prodotto su misura per i fan, attingendo all’amatissimo secondo episodio ed infarcendo il game di riferimenti ai prequel. Paradossalmente, proprio questa ricerca affannosa nei meandri della serie, ha reso Silent Hill Homecoming un trionfo dei cameo, svuotando però ogni legame ai titoli precedenti del valore simbolico che rivestivano. Ora, camminando sul terreno minato degli spoiler, gettiamoci sul plot.









